martedì 17 agosto 2010

La carità che uccide

Quando in una discussione sui problemi della convivenza inizia a serpeggiare l’accusa di razzismo, è frequente che qualcuno si difenda dicendo: “noooo… non sono razzista… io li voglio aiutare, ma…. a casa loro!”. Benissimo. (no, non proprio benissimo in effetti, ma andiamo avanti). Oggi possiamo trovare in libreria alcune illuminanti inchieste i cui autori sono andati a verificare in cosa effettivamente consistano questi generosi aiuti a casa loro. Li stronca senza appello, per esempio, l’economista africana Dambisa Moyo, autrice del fortunato pamphlet La carità che uccide. Una recensione di Repubblica così presenta l’Autrice: “40 anni, nata e cresciuta a Lusaka, capitale dello Zambia, potrebbe essere la personificazione del riscatto di un continente: laureata in scienze politiche ad Harvard, PhD in finanza ad Oxford, economista prima alla Banca Mondiale e poi alla Goldman Sachs, è stata inserita dalla rivista Time (edizione dell’11 maggio) fra le cento most influential people del mondo a fianco di Barack Obama e Paul Krugman”. Il concetto chiave espresso nel libro si può sintetizzare nella lapidaria affermazione: gli aiuti fanno male. Dambisa Moyo espone un ragionamento molto articolato, i cui punti cardine sostanzialmente sono questi: da quando l’Occidente ha iniziato a far confluire fiumi di denaro verso il continente (si parla di oltre mille miliardi di dollari elargiti a partire dagli anni Cinquanta) le condizioni di vita degli africani non è migliorata. «Dalla fine della Seconda guerra mondiale» dichiara la Moyo in un’intervista a Panorama, «i paesi in via di sviluppo hanno ricevuto oltre 2 mila miliardi di dollari in aiuti, metà dei quali finiti in Africa. Non solo non sono serviti, sono diventati essi stessi la principale causa della tragedia africana». Notoriamente, l’Africa ha la percentuale più alta di poveri al mondo, particolarmente nella fascia sub-sahariana, dove il reddito reale si attesta all’incirca su un dollaro al giorno: uguale dunque, e in qualche caso più basso, che negli anni Settanta. Anziché convergere in progetti di respon-sabilizzazione delle Istituzioni, gli aiuti umanitari, che costituiscono il 15 per cento del pil nell’Africa subsahariana, sono troppo spesso finiti nelle tasche di sanguinari dittatori come Mobutu in Zaire, o Muluzi in Malawi, alimentando di conseguenza la corruzione, armando i conflitti interni e dunque perpetuando la violazione dei diritti. Insomma gli “aiuti” non favoriscono certo una cultura del rispetto per le leggi, e sappiamo che l’illegalità è ottimo terreno di coltura dell’arretratezza. Una dipendenza economica che tiene l’Africa in una condizione di perenne adolescenza. Ovviamente mancando le più elementari garanzie di legalità, non è possibile avviare nella disastrata economia africana una introduzione dei principi del libero mercato. Che la Moyo non intende però come acritico adeguamento all’occidentalizzazione del mondo: guarda invece a oriente, alla Cina che da anni opera in Africa secondo rapporti commerciali regolati (non “umanitari”, dunque), e all’esempio dell’India che nel 2004 “chiese all’occidente di smettere di inviare aiuti. Da quel momento il paese si è trasformato in uno dei più straordinari esempi di sviluppo del pianeta” (ancora Repubblica). L’alternativa proposta è dunque fatta di riforme, legalità, microcredito, piccole imprese, responsabilizzazione dei governi, ma soprattutto: stop agli aiuti a pioggia. Non è la prima a metterli sotto accusa ma al dire di Loretta Napoleoni “nessuno aveva suscitato tanto scalpore da produrre una simile pioggia di critiche. Il motivo è presto detto: Dambisa Moyo è una donna africana e le sue origini fanno da cassa di risonanza alla sua tesi. Per la prima volta, poi, una donna di colore s’intromette a forza nel dibattito finora gestito esclusivamente da accademici e rock star bianchi e da politici di colore, tutti maschi”. La sottolineatura è mia e non è casuale: la nuova visione che deve attraversare il mondo, se vuole cambiarlo in meglio, assieme alla rivisitazione dei concetti di pil e crescita economica deve comprendere anche una nuova lettura dei rapporti tra i sessi, uno sguardo più attento alle differenze, nuovi paradigmi di inclusione, nuovi parametri di compatibilità.

1 commenti:

  1. E' un discorso, quello delle risorse che finiscono nelle mani di pochi "delinquenti" eletti che li spendono in porcherie (che siano armi, mazzette, o... altro), che si potrebbe riciclare anche per come stanno andando certe cose in casa nostra...
    Purtroppo le priorità di chi potrebbe cambiare certe situazioni in meglio sembra che siano sempre altre.
    Shunrei

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